Il 20 maggio di un anno fa, in una splendida mattina di sole, più o meno come quella di oggi, partiva il mio Vespetta Slow Tour, un giro su e giù per quasi tutta l’Italia in sella alla mia Vespa.
E’ passato un anno: per un verso sembra ieri, per un altro sembra passato un secolo. In un anno, dentro ed attorno a me, apparentemente è cambiato poco, ma non è proprio così.
Il mio “status” di neo-pensionato, che allora rappresentava una novità assoluta, liberando improvvisamente tempo ed energie da impiegare fantasticando esplorazioni ed avventure, in un vortice quasi inebriante, oggi si è consolidato: sono arrivati nuovi impegni, conoscenze, opportunità. E, insieme, una maggiore consapevolezza di sè, qualche riflessione in più sul presente e sul futuro, una nuova dimensione da costruire. Si sta sedimentando, insomma, un altro stile di vita, con le sue cadenze e anche le sue nuove consuetudini; diverse, e molto, da quelle del tempo del lavoro, ma non dissimili nel loro ritmo quotidiano.
Certo, da quel tempo, da quello del lavoro intendo, mi separa una distanza mentale che mi sembra ormai enorme, molto più grande del tempo effettivo che è passato. E’ come se si fosse operata una rimozione, ma involontaria, credetemi: non cancello nè rinnego nulla – e come potrei? – di un così grande pezzo della mia vita, anzi della ragione stessa di una vita, il lavoro, appunto.
Ma è un fatto che è come se fosse iniziata un’altra, nuova, diversa porzione di esistenza.
Ma non ho messo le pantofole e i pedalini, non giro per i cantieri aperti della città, tranquillizzatevi, a casa continuo a starci poco. Semplicemente, faccio alcune cose con una idea differente del tempo, che peraltro non mi sono imposto o costruito cerebralmente, è venuta da sé.
Ma intanto, implacabile, il calendario mi ricorda che un anno fa, appunto, partivo.
Non doveva che essere l’inizio, solo il primo tour: addirittura entro il 2010 mi ero ripromesso di completare il giro con la parte mancante, Mezzogiorno e Isole, poi l’ho rimandato al 2011, da fare magari non più da solo, e - chissà - con una Vespa nuova di zecca; ma, ripensandoci, invece no, perché al mio vecchio “frullatore” (così chiamano la mia ET4150 del 2000 i vespisti “puri”) mi sono affezionato e con quella devo completare l’opera… ma intanto il tempo passa, riuscirò a fare qualcosa nell’anno prossimo?
Poi, sempre il calendario, mi ricorda che dal mio blog avrei dovuto ricavare un libro, mi ci ero messo messo anche di buzzo buono, all’inizio. Oggi, quando mi siedo al computer, lo sguardo corre dallo schermo alla scrivania dove sono impilati, immobili da un anno circa, alcuni libri, appunti, quaderni, fogli, che hanno rappresentato il viatico per la mia avventura e che avrebbero dovuto costituire (e per un po’ lo hanno fatto) la fonte di ispirazione e di accompagnamento alla mia scrittura, per ora interrotta.
Forse, questa mia “opera incompiuta” è davvero una metafora dell’anno che è passato: avrebbe dovuto vedere la luce per Natale, poi è stata rimandata a Pasqua, poi ho pensato di darmi da fare per finirla in occasione per il primo anniversario del viaggio. Temo che non se ne farà nulla neanche per questa volta. Chissà, quando smetterò di darmi una scadenza, probabilmente sarà la volta buona che lo finirò, questo benedetto libro.
Almeno ci sono le fotografie, delle migliori ho fatto stampare le copie, ne ho fatto alcuni album, sono a disposizione degli interessati.
A mia discolpa potrei addurre diversi fatti e circostanze: l’avvicendarsi di nuovi impegni e attività nel volontariato, vicende diverse che hanno assorbito tempo ed energie, un probabile viaggio a fine anno per andare in Brasile a trovare mia figlia, che sta svolgendo un periodo di Servizio Civile in un sobborgo di Rio: è un fatto importante che occupa, non solo mentalmente , le mie (nostre) giornate.
Ma so di essere, in fondo, poco credibile con queste scuse; immagino il legittimo sarcasmo di chi ascolta un “ritirato dal lavoro” affermare che non ha tempo…. Eppure, esperimento ogni giorno un fatto peraltro non nuovo e cioè che il tempo non è un dato assoluto: la lettura di un buon libro, una lunga passeggiata o una bella nuotata possono rappresentare un modo appagante di utilizzare la risorsa del tempo, che non è più “libero”, in quanto non liberato dalla costrizione del lavoro, ma che diventa il mio tempo quotidiano.
E poi, diciamola tutta: se devo pensare ad un nuovo viaggio mi assale la diffidenza per i cosiddetti “sequel”, i “continua” a fine puntata, della serie Rocky due, tre, quattro, ecc… Non sono mai la stessa cosa dell’originale, non riescono mai così bene come la prima volta. Mi inquieta un po’ questa possibilità, che un eventuale secondo viaggio (e magari, continuando, anche un terzo, un quarto e così via) non sia indimenticabile come lo è stato il primo, alla stregua del “primo” grande amore, unico e irripetibile. Subentra, dunque, la riserva mentale che mi fa mettere in un quadretto il mio primo giro in Vespa e lasciarlo lì, intoccabile.
Restano comunque, quelli sì, intatti e vivi, gli innumerevoli ricordi di un’esperienza per me entusiasmante e, forse, davvero impareggiabile.
Un’Italia girata palmo a palmo, attraversata lentamente, scoperta nei suoi angoli nascosti e riscoperta con aspetti nuovi anche in luoghi noti e famosi, che sembravano non aver più nulla da dire e che invece svelavano volti inaspettati. Immagini, odori e profumi, colori e suoni in un caleidoscopio vibrante e sinuoso, fatto di curve e pendii, di panorami e visuali. Sguardi, volti, incontri, parole, racconti di genti sconosciute e di amici ritrovati, di affetti magari lontani ma sempre solidi. Novità e certezze, luoghi misteriosi e approdi sicuri.
Un’Italia diversa e forse migliore di ciò che pensavo.
Così ho viaggiato, in compagnia del mio silenzio e delle tante voci amiche che hanno fatto da contrappunto affettuoso, in quei quaranta giorni, alla mia avventura.
Sono ancora ben visibili in questo blog, che ha rappresentato per tutto quel periodo la finestra sul mio mondo, ne conservo traccia perfino nei messaggi sul cellulare che, ad un anno di distanza, sono ancora lì, non riesco a cestinarli.
Soprattutto sono racchiuse – tutte, anche quelle di coloro che non sono riusciti a scrivere qualcosa ma che mi hanno seguito silenziosamente – e conservate gelosamente nella mia memoria e nel mio cuore.
E per questo vi ringrazio ancora oggi, un anno dopo.





























































































































































































































